Chieti Città degli innamorati

01 chieti panoramica

Parlando con alcuni amici, sono venuto a conoscenza che l’assedio di Chieti da parte dei saraceni (esaurientemente narrato da Giacomo De Nicola Melilla nel suo libro “L’assedio di Chieti dai saraceni”, ed. Tabula Fati) vide Norina e Gabriele protagonisti di una struggente storia d’amore.Chiesi ulteriori dettagli e mi misero in contatto con il Prof. Giancarlo Giuliani, docente ordinario di Latino e Greco, attento studioso della storia della nostra città che, dopo alcuni mesi di ricerche, mi ha consegnato la seguente storia, grazie alla quale Chieti diventa a pieno titolo la Città degli Innamorati e Porta Pescara diventa la Porta degli Innamorati.

arco degli innamorati

L’inaugurazione de La Porta degli Innamorati avverrà il prossimo 8 aprile.
Sarà una grande festa, che vedrà coinvolti tutti gli operatori economici di Via di Porta Pescara, che hanno aderito con entusiasmo all’iniziativa dell’Associazione “Benefacio”, di cui sono presidente.
Per una fortunata combinazione di eventi, tutti i tasselli che compongono questo puzzle si sono incastrati perfettamente proprio in questi giorni e, poiché siamo nella settimana che precede la festa di San Valentino, protettore degli innamorati, ho voluto informare subito la cittadinanza teatina del nostro programma a favore di Chieti.
L’Associazione Benefacio, infatti, organizzerà il primo sabato di ogni mese La Serata degli Innamorati, coinvolgendo nell’iniziativa tutti (non solo quelli di Via di Porta Pescara) gli operatori locali del settore ricettivo interessati a partecipare all’evento.
Un agguerrito staff di social media manager, tramite i più diffusi social e il nostro sito Il Portale degli Innamorati, lavorerà a supporto dell’evento, elaborando iniziative tendenti a invogliare tutti gli interessati, non solo quelli locali, a partecipare a queste feste e a visitare le bellezze della nostra meravigliosa Chieti.
Nei prossimi giorni presenterò al sindaco di Chieti regolare istanza per permetterci di apporre nei pressi di Porta Pescara un cartello con il logo dell’iniziativa, contenente la scritta La Porta degli Innamorati.

Norina e Gabriele (Una storia teatina)

«Hanno preso Pescara, stanno devastando i campi, incendiano, stuprano e uccidono! Presto saranno qui!» Con voce strozzata, il messo si rivolgeva al vescovo e ai maggiorenti, riuniti in assemblea. Le terre tutto intorno erano state assalite dai saraceni.
Il vescovo dispose subito che venissero inviati messi alle città dell’interno. Era, gli pareva, l’unico modo per opporsi all’attacco. Le risposte furono tutte negative. Ogni città, piccola o grande, cercava di munirsi per resistere agli attacchi, senza pensare che l’unione era l’unico modo, forse, efficace per non cadere nelle mani del nemico. Ben presto fu dunque chiaro che Chieti era da sola e che avrebbe dovuto sostenere un lungo assedio, senza la possibilità di ricevere vettovaglie dall’esterno. In città si diffuse l’idea che proporre un riscatto ai saraceni avrebbe evitato la distruzione. Fu una corsa a raccogliere oro e argento, oltre a preziosi di ogni tipo. Ogni cosa fu depositata presso il Vescovado. Il messo mandato a offrire il pegno fu ucciso e la sua testa fu lasciata davanti alle porte della città. Il vescovo e i sacerdoti di più alto grado decisero allora di osare e di recarsi in forma solenne presso Solyman Pascià, comandante dei saraceni. Fu tenuto un rito di omaggio al Signore presso la porta principale della città, rivolta a oriente (Porta Pescara), e invocarono Dio perché concedesse esito felice alla missione. Quella stessa porta, ai suoi lati, aveva piccoli spazi che erano da sempre punto di incontro per giovani coppie, tanto che tutti, o quasi, la chiamavano “la Porta degli Innamorati”. Il rito fu breve ma estremamente intenso; tuttavia l’esito dell’ambasceria non fu felice: i religiosi furono derisi e l’offerta fu rifiutata, ma per qualche ignoto motivo Solyman Pascià non prese le loro vite.
«Le avrà presto, temo», pensava il vescovo. «Come potremmo mai accettare le sue richieste?» Il pascià, infatti, aveva chiesto settecento giovani donne, un gran numero di ragazzi e ragazze, la consegna del conte di Chieti e di tutti i componenti del consiglio, comprese le famiglie. In caso di rifiuto, dopo cinque giorni di tregua, avrebbe raso al suolo la città.
Non restava che una carta disperata. Con coraggio e senza temere il gran numero di nemici, i teatini tentarono varie sortite, concluse tutte con gravi perdite. Durante una di tali sortite fu anche fatta prigioniera la “Stella teatina”, una giovane di grande coraggio e di temperamento indomabile. Il suo nome era Norina. Era innamorata di Gabriele, un giovane di Sulmona che si era guadagnato il soprannome di Giovanni senza paura.
I due giovani si erano conosciuti in occasione di una cerimonia alla quale Norina aveva partecipato in qualità di figlia del camerlengo della città, Nicola Troilo. Era bastato guardarla, perché Gabriele sentisse che quella avrebbe dovuto essere la donna della sua vita. Molte erano però le difficoltà. Nonostante il gran valore del giovane e la fama che aveva acquistato in numerose occasioni, la famiglia di Norina non avrebbe mai accettato le nozze. La giovane era infatti destinata a prendere il velo e la volontà del padre sembrava inflessibile.
Più volte, grazie alla complicità affettuosa di un’anziana dama amica della famiglia Troilo, i due giovani poterono incontrarsi nei pressi dell’arco che si trovava poco più in alto della Porta degli Innamorati.

03 norina gabriele

Proprio lì, tra Norina e Gabriele prese sempre più forza un tenero e deciso sentimento d’amore. Quando le loro labbra si incontrarono per un primo quasi timido bacio, nell’ombra dell’arco che sembrava volesse proteggerli, a Gabriele sembrò di toccare il cielo con un dito. Norina si ritrasse quasi subito, con il volto pieno di un soffuso rossore: «Sono promessa a Dio, Gabriele. Sento che questo nostro amore non può essere peccato, ma non potrò mai essere tua.» Le lacrime scorrevano sul suo volto mentre diceva quelle parole. Gabriele le prese la mano, la baciò e le giurò eterno rispetto. Disse che avrebbe tentato di tutto pur di convincere la famiglia di lei. Le volte successive, i due ragazzi parlarono a lungo, aprendosi il cuore a vicenda. Gabriele non osò suggerirle di ribellarsi al volere della famiglia, sentiva che l’avrebbe persa se l’avesse costretta a scegliere.
Una sera, Norina prese la mano di Gabriele e la tenne a lungo, in silenzio, mentre le lacrime le scendevano sul volto. «Andrò via da Chieti, verso la montagna interna. I miei vogliono mettere in salvo le donne della famiglia. Durante la sortita che è stata decisa, cercheremo di approfittare della battaglia per fuggire verso l’interno.» Gabriele non seppe trattenersi e le disse che era una pazzia, che mai ce l’avrebbero fatta. «Vivremo insieme o moriremo insieme, amore mio!» Norina, commossa, si strinse a lui. «Non dipende da me. È stato deciso.» Quasi bruscamente, si staccò da lui e andò via.
Le cose andarono come Gabriele aveva previsto. Quando arrivò la notizia della cattura di Norina, il giovane credette di impazzire. Bastò poco però perché decidesse di fare di tutto per salvare la fanciulla. Il giorno stesso, Solyman Pascià fece sapere ai teatini che la figlia del camerlengo sarebbe stata una delle sue odalische. Egli meditava per la ragazza una terribile punizione. Dopo averla obbligata ad abiurare e ad abbracciare la “vera fede”, l’avrebbe condotta con sé come trofeo del proprio trionfo e l’avrebbe costretta a portare una picca sulla quale sarebbe stata infilzata la testa del padre. Norina resisté con coraggio e rifiutò di abiurare, ma dentro di sé era preda della disperazione. Sperava che suo fratello Valerio e Gabriele potessero salvarla, ma nulla pareva davvero possibile. Trascorreva ore in preghiera e ricordava piangendo i teneri incontri con Gabriele.
A Chieti la tensione era altissima. Le varie sortite non avevano avuto altro effetto se non quello di minare il morale degli abitanti, i quali, però, erano decisi a resistere fino all’ultimo respiro. Occorreva trovare modo di evitare lo scontro diretto, almeno non partendo dalla condizione di assediati. Durante un’infuocata assemblea, Valerio, fratello di Norina, propose qualcosa di molto avventato, ma che proprio per quello aveva forse qualche probabilità di riuscita. Nottetempo, travestito da mendicante, Valerio avrebbe cercato di raggiungere gli insediamenti che ancora resistevano ai saraceni e avrebbe provato a convincere il maggior numero di persone a unirsi a lui. Avrebbero poi finto di arrendersi ai saraceni e di volersi convertire alla loro religione. Così fu. Valerio raccolse un buon numero di uomini, tra i quali non volle mancare Gabriele, deciso a tutto pur di tentare di rivedere Norina e magari di salvarla, e tutti si presentarono, senza armi, al campo saraceno.
Con l’arroganza di chi si sente ormai dominatore, a Solyman Pascià non venne in mente che potesse trattarsi di un inganno e decise di accogliere i nuovi venuti. Era usanza presso i saraceni che la conversione trasformasse di fatto il convertito in un fratello, qualunque fosse la sua origine. In capo a pochi giorni, gli uomini raccolti da Valerio furono inglobati nella milizia saracena. Per mettere alla prova la loro fedeltà, furono inviati in prima fila, quasi sotto le mura della città.
Restava a Valerio di trovare Norina. Solyman Pascià aveva affidato al giovane il comando dei nuovi convertiti. Deciso a porre fine all’assedio e a impadronirsi della città, Solyman concesse ai teatini cinque giorni di tregua, al termine dei quali avrebbe messo la città a ferro e fuoco. Era il terzo giorno e non c’era risposta da parte dei teatini, che mostravano di non volersi arrendere. Valerio fu convocato per ricevere ordini. Con aria sottomessa, chiese di poter convincere la sorella ad abiurare. «La farò riflettere, le mostrerò la possibilità di un futuro.»
Ridendo, Solyman acconsentì. «Comunque, suo padre non avrà un futuro.»
Valerio non poté parlare da solo con la sorella, aveva l’obbligo di tenersi a distanza. Per fortuna, il saraceno che li sorvegliava non sembrava capire la loro lingua. Malgrado ciò, Valerio usò molti giri di parole per far comprendere alla sorella che c’era in atto un piano per salvare lei e la città. Intanto, avrebbe dovuto fingere di abbracciare la fede dei saraceni. Pur senza immaginare quale potesse essere il piano, Norina accettò, ma non poté fare a meno di chiedere di Gabriele.
«È qui anche lui, stiamo rischiando il tutto per tutto e lui ha voluto esserci. Per Chieti. Per te.»
Norina non riuscì a trattenere una lacrima.
Il sole era alto nel cielo la mattina successiva, quando, all’improvviso, si verificò un fatto straordinario. Una nebbia fittissima, quasi impenetrabile, coprì tutto il territorio intorno alla città.

04 assedio nebbia

Oltre la collina, invece, il sole brillava. Era come se dal cielo stesse giungendo un segno. Valerio decise di dar seguito al proprio piano. Chiese a Gabriele di cercare di arrivare in città per chiedere di organizzare un’ulteriore sortita, in massa, con ogni tipo di armi. I cittadini avrebbero avuto aiuto dall’interno delle truppe dei saraceni, dato che in caso di sortita Valerio e i suoi compagni sarebbero stati spostati in retroguardia, dato che non godevano ancora della fiducia dei saraceni. Se questo fosse avvenuto come si sperava, sarebbe stato possibile attaccare il nemico da due parti.
Gabriele riuscì ad arrivare in città. Non fu facile convincere Vescovo e maggiorenti, soprattutto a causa delle sortite precedenti, terminate con numerose perdite. Gabriele riuscì a far considerare quella nebbia davvero insolita come un segno della volontà di Dio e tutta la città si volse ai preparativi. Non bastava, però: serviva una forte spinta ideale. La paura era ancora tanta, lo si vedeva dagli occhi della gente. Il vescovo convocò un’assemblea immediata e annunciò che avrebbe parlato al popolo. Non fu però lui a rivolgersi ai cittadini, ma Teodorica, nipote del conte di Chieti. Monaca con il nome di Maria Splendore, alla notizia degli eventi che si stavano preparando prese l’iniziativa di chiedere alle autorità religiose il permesso di agire, nel nome di Dio e per amore della città e dei cittadini. In breve, oltre ad alcune consorelle, riuscì a infiammare gli animi di tutti e guidò una processione di cittadini armati fino alla cripta di san Giustino, dove la bandiera della città, con una croce aggiunta alla sommità, fu benedetta.

05 processione san giustino

Tutto era dunque pronto per la sortita. Gabriele era in prima fila, accanto a Maria Splendore. Fremeva dal desiderio di combattere, avrebbe riavuto la sua Norina oppure sarebbe morto. Le motivazioni personali si univano al grande amore per la città che lo aveva accolto, lui proveniente da Sulmona, ma davanti a sé vedeva soprattutto gli occhi di Norina, ne riudiva le parole, ne portava nel cuore il sorriso e le carezze. Intanto, la nebbia non accennava a rialzarsi. Era il momento opportuno.

06 battaglia porta cittadina

La schiera dei cittadini, guidata da Gabriele, verso la mezzanotte uscì dalla porta principale della città e si lanciò contro i saraceni, che erano impegnati nella cerimonia della conversione di Norina. Contemporaneamente, Valerio e gli altri che erano con lui andarono anch’essi all’assalto, prendendo così nel mezzo le schiere saracene, di cui fu fatta grande strage.
L’alba vide le schiere vittoriose dei teatini tornare in città. Norina era con loro e Solyman Pascià era stato fatto prigioniero. Le celebrazioni furono lunghe, tra l’entusiasmo di tutti, e furono celebrati parecchi riti di ringraziamento al Signore. Solyman Pascià fu giustiziato in carcere, insieme con molti altri prigionieri, e la sua testa esposta sulla porta principale della città. In questo clima di festa, purtroppo, non mancarono ombre. Gabriele era tornato con ferite alle gambe e al petto. Sfidando ogni convenzione, Norina volle restare al suo capezzale. Passava le ore pregando e piangendo. Nei momenti in cui la forte febbre dava un po’ di tregua al ferito, i due giovani si rinnovavano promesse di eterno amore. Trascorsero alcuni giorni, finché, dopo un sussulto, Gabriele tentò di alzarsi dal giaciglio, vide Norina e gridò:
«Chi sei tu?» poi ricadde, morto.

07 norina capezzale

Norina rimase paralizzata dal dolore. Portata di forza a casa, per giorni rifiutò il cibo. Solo lacrime e domande al Signore, senza risposta: «Perché, Signore, perché?» Maria Splendore si recò più volte da lei e tentò di consolarla in ogni modo. Un giorno, pallida ed emaciata, Norina si fece aiutare ad alzarsi dal letto in cui giaceva e disse al padre e a Maria Splendore: «Il Signore ci guida sempre per il meglio. Nessuno può ardire di comprendere le ragioni del suo operato. Dedicherò a Lui quel che resta della mia vita.»
La giovane abbracciò la vita monacale, ma la sofferenza aveva minato il suo corpo. Visse ancora un anno, pregando e piangendo, chiamando il suo Gabriele. Morì una sera, col nome dell’amato sulle labbra.
La sfortunata storia d’amore commosse la popolazione e vennero composti canti che narravano le vicende dei due giovani.

Si cantano ancora oggi.

08 finale

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