I fatti sono avvenuti nei primi anni del 1900 e hanno interessato Trentino e Immacolata, due giovani di San Giovanni Lipioni, un paesino abruzzese. Abitavano poco distanti l’uno dall’altra, sulla lunga scalinata che conduceva alla chiesa posta sulla sommità del paese.
Trentino, penultimo di sette figli, era il calzolaio del paese. Giovanissimo e ambizioso, si trasferì a Roma per completare la sua formazione e imparare a realizzare scarpe su misura. Sotto la guida del maestro Petrocchi divenne in breve tempo un raffinato calzolaio, aprì la sua bottega e conquistò rapidamente una facoltosa clientela.
Immacolata, prima di due figlie, abitava a pochi metri dalla casa di Trentino. Suo padre Michele, falegname e appassionato ebanista, era uomo di larghe vedute e voleva emigrare in America per garantire alla sua famiglia un futuro migliore. Per questo aveva preteso che le sue figlie andassero a scuola sino all’ottava classe, cosa rarissima in tempi in cui l’analfabetismo era molto diffuso anche fra gli uomini.
Erano passati ormai parecchi anni dalla sua partenza per Roma e Trentino non era mai tornato a casa, per cui nel Natale del 1938 decise di riabbracciare i suoi cari. Giunto al paese, sin dal primo giorno ebbe modo di notare Immacolata che, durante gli anni della sua assenza, era diventata una splendida ragazza.
A Immacolata, infatti, era stato assegnato da suo padre Michele il compito di andare a prendere l’acqua alla fontana del paese, distante circa un chilometro. Nel fare questa operazione la ragazza passava davanti alla casa di Trentino, che iniziò un discreto corteggiamento durante l’andirivieni della fanciulla, la quale comunque non lo degnava di uno sguardo.

Michele si accorse delle intenzioni del giovanotto, lo prese paternamente da parte e gli consigliò di lasciarla perdere in quanto, agli inizi di luglio del 1939, avrebbero preso la nave che li avrebbe portati in America. Trentino si era ormai invaghito di Immacolata, non prestò ascolto a Michele e continuò la sua corte, ma con maggiore discrezione per non irritare il padre della ragazza.
Con l’inverno erano iniziate le prime nevicate e la strada che conduceva alla fontana era ghiacciata, per cui Immacolata, con la pesante conca sulla testa, aveva grande difficoltà a sostenere quello sforzo. Trentino se ne accorse, decise di aiutarla, cominciò ad aspettarla alla fontana e si offrì di darle una mano.

All’inizio Immacolata rifiutò per paura del padre, ma, dopo l’avanzare della stagione fredda e con le sempre più frequenti cadute a terra che la costringevano a tornare a riprendere l’acqua alla fontana, accettò che Trentino le portasse la conca, ma fino al punto in cui, dalla sua casa, suo padre non poteva vedere che aveva accettato il soccorso del suo spasimante.
Le attenzioni di Trentino fecero lentamente breccia nel cuore della ragazza, che però non palesava i suoi sentimenti poiché sapeva che a luglio sarebbe partita per l’America, nonostante Trentino avesse un ottimo lavoro a Roma.
Eravamo giunti ormai alla fine di marzo: la neve era sciolta quasi del tutto, l’intenso freddo invernale era finito e la gente, in particolare quella anziana, ricominciava a uscire di casa sempre più numerosa.
Immacolata era quindi impaurita che i coetanei dei suoi genitori la vedessero in compagnia di Trentino e lo riferissero a suo padre; perciò rifiutò il suo aiuto e smise anche di rivolgergli la parola. Trentino non si rassegnò alla nuova situazione e cominciò a seguirla a distanza ogni qualvolta la ragazza usciva di casa, per non esporla alle ire di suo padre.
Immacolata si arrischiò a parlare con Trentino e gli intimò di smetterla di seguirla: gli disse che doveva ubbidire a suo padre, gli ricordò che era ormai prossima la sua partenza per gli Stati Uniti e gli consigliò di tornare a Roma, dove aveva un ottimo lavoro che gli procurava lauti guadagni.

Trentino le rispose che era innamorato di lei, che voleva sposarla, che non gli importava nulla dell’abbondante denaro che gli proveniva dal suo lavoro a Roma, che sarebbe rimasto a San Giovanni sino al giorno della sua partenza per l’America e che avrebbe fatto di tutto per raggiungerla al più presto in America, perché non poteva vivere senza di lei.
Immacolata cedette ai suoi sentimenti e scoppiò a piangere. Trentino si avvicinò a lei, la abbracciò e si diedero il primo bacio, incuranti della presenza di altre donne venute anch’esse a prendere l’acqua alla fontana.
Qualcuna delle presenti riferì subito l’accaduto a Michele, il quale vietò alla figlia di uscire di casa sino alla data della loro partenza per Napoli, da dove avrebbero preso la nave per l’America, fissata al 12 luglio 1939.
Da quel giorno la ragazza rimase segregata in casa sino alla sera dell’11 luglio, giorno precedente la partenza. In questo lasso di tempo tutte le persone che abitavano in via Salita della Chiesa, appunto la strada dove abitavano i due giovani, si resero conto della decisione troppo severa di Michele e iniziarono a sostenere apertamente la ragazza, invitando il padre a permettere che sua figlia trascorresse i suoi ultimi giorni in Italia con le sue amiche d’infanzia.

Michele fu irremovibile, ma la sera precedente la partenza concesse alla figlia di andare a salutare le amiche, in quanto la mattina successiva non sarebbe stato possibile poiché la “corriera” che li avrebbe portati a Napoli sarebbe partita all’alba. Immacolata si precipitò da Trentino, il quale la pregò di non partire. Immacolata accettò e si nascose nella bassissima soffitta della casa di Trentino, che era talmente bassa da essere ritenuta inaccessibile.
Michele, tornato a casa, si rese subito conto dell’accaduto e si precipitò a casa di Trentino per riprendersi la figlia. Senza chiedere permesso entrò come una furia ma non la trovò, nonostante un’accurata perquisizione di ogni angolo della casa, omettendo di ispezionare anche “lu pasolo”, da tutti ritenuto troppo basso per poterci entrare.
Uscì per strada e, disperato, chiese ai vicini se avessero visto la figlia. Ma tutti i residenti della scalinata che conduceva alla chiesa, benché sapessero dove si era nascosta Immacolata, dichiararono compattamente di non averla vista. Michele trascorse tutta la notte a cercare la figlia e la mattina successiva, con la moglie Maria e l’altra figlia Ersilia, partì per Napoli.

Il paese apprezzò la scelta di Immacolata, che aveva deciso di rinunciare al benessere che avrebbe avuto in America, pur di restare con il suo innamorato e con la sua gente. Il matrimonio dei due fu organizzato in fretta e furia, perché in quel periodo era sconveniente che una donna convivesse con un uomo senza esserne sposata; pertanto Immacolata andò a vivere per pochi giorni in casa della perpetua.
Il 16 luglio 1939, la domenica successiva alla partenza di Michele, i due innamorati si unirono in matrimonio e tutte le famiglie contribuirono con un proprio dono alla riuscita della festa, che si tenne in Largo del Popolo sino a tarda notte.
Dalla loro unione nacquero cinque figli, vissero a lungo felici e ora riposano in pace nel cimitero di Chieti.
I luoghi simbolo di questa meravigliosa storia d’amore sono la fontana dove sbocciò l’amore, la scalinata con i suoi abitanti che difesero compatti il luogo dove erano nascosti i due giovani, la chiesa dove fu celebrato il matrimonio, la piazza dove tutto il paese partecipò alla festa e la casa dove i due sposini andarono a vivere.
A pieno titolo, pertanto, è stato loro conferito il nome de “La Fontana degli Innamorati”, “La scalinata degli Innamorati”, “La Chiesa degli Innamorati”, “La Piazza degli Innamorati” e “La casa degli Innamorati”, mentre a San Giovanni Lipioni spetta giustamente il titolo di “Borgo degli Innamorati”.
